LA PARTE NORD-OCCIDENTALE DEL BOSCO DI SANTA MARIA (Santa Maria del Bosco-Michelina)

Quote delle località: Santa Maria del Bosco 821 m; Michelina 1050.
Dislivello in salita solo andata: 300 m circa.
Grado di difficoltà: T (turistico)
Tempo di percorrenza solo andata: 1.30 ore
Avvicinamento in auto: Da Serra San Bruno andare verso la Certosa. Dopo averla superata attraversare il ponte e subito girare a sinistra lungo la strada principale. Si passa accanto ai capannoni dell'azienda forestale La Foresta. La pista asfaltata perviene il Santuario di Santa Maria. Poco prima, sulla sinistra, ampi parcheggi dove lasciar l'auto.




Descrizione del percorso. Prendiamo come punto di riferimento il Laghetto San Bruno, artificiale, con la statua del santo certosino inginocchiata in segno di penitenza. Andare dietro lo specchio d'acqua, a destra rispetto alla nostra direzione di arrivo e imboccare il sentiero che si stacca ai margini dello spiazzo, che fin da subito viaggia tra faggi e abeti imponenti, accanto ad un ruscelletto (che sta sulla destra). Consiglio per un attimo di lasciare il sentiero per andare a vedere un faggio, poco sopra, sulla sinistra, decisamente straordinario. E' una tipica riserva biforcata e deforme, ma comunque molto bello.




Tornati sul sentiero si arriva presto a un guado. Prima di codesto un sentiero sale ripido a sinistra, che bisogna tralasciare. Attraversare, dunque, il ruscello e svoltare verso destra, lungo la via che, in lieve salita, raggiunge, brevissimanente, un ampio sterrato lastricato. Andare a destra. Tutt'intorno un bel bosco di abeti bianchi misti a qualche castagno, faggi e abeti rossi. 



Prima di giungere a dei capannoni, che fanno parte della già citata azienda forestale La foresta, girare liberamente a sinistra. Attraversare un piccolissimo ruscello e si intercetta subito un altro sterrato, sempre proveniente dai capannoni, e che bisogna seguire al contrario rispetto a codesti. Immediatamente un bivio, dove si continua a sinistra, in leggera salita. Tratto questo sottoposto, purtroppo, da continui tagli, sia di ceduo di castagno che di abete bianco, Tralasciare la deviazione a sinistra e proseguire diritto. Non tener conto nemmeno della successiva deviazione, sempre a sinistra, e girare ad angolo acuto a destra, lungo la via principale. Si entra così un in recente taglio di alberi di castagni cedui. 
Alla fine del taglio andare a sinistra, tralasciando la deviazione a destra.


Tutt'intorno adesso abeti bianchi, anche grandi esemplari, faggi e castagni. Si prosegue sempre in una continua e leggerissima pendenza. Al bivio prendere a destra il sentiero meno battuto, in esigua discesa, insito di un bosco di abeti più fitto. 


Superato un torrentello, che si attraversa mediante un ponte, nel punto in cui il sentiero medesimo si perde, puntare a sinistra, liberamente, la pendice della montagna, fino ad intercettare una pista molto battuta. Memorizzare bene il posto per non sbagliarsi al ritorno (attualmente è presente un nastro segnaletico bianco e rosso). Procedere a sinistra. Da questo momento andare sempre lungo codesto sterrato, che si inoltra verso il crinale maestro, spartiacque fra bacino ionico e tirrenico, in un bosco di abeti bianchi che va a mutarsi in pineta di pino laricio silano. Al bivio con sbarra si può concludere la passeggiata.






DALLA LACINA ALLA COLLA DEI PECORARI PER IL VALLONE MACCHINANTE

Escursione difficile per quanto concerne l'orientamento in foresta, con un tratto libero senza sentiero.
Comune: Stilo.

Località e altezze: Hotel Lacina (Piani di San Giovanni) 1017 m; Radura Lunga delle Albe Luminose 1242 m; Vallone Macchinante 1160 m; Colla dei Pecorari

Dislivello in salita A/R: 300 m circa

Difficoltà: EE

Tempo di percorrenza totale escluse le pause: 5 ore


Avvicinamento in auto. Da Serra San Bruno muoversi, lungo la ex SS 110, verso Spadola. Prima di codesto paese svoltare a destra per Brognaturo. Superato il ponte sull'Ancinale girare sempre a destra per Santa Caterina allo Ionio. La strada asfaltata si proietta all'interno di castagneti cedui e, successivamente di faggi e abeti. Infine dentro una fitta pineta di pino laricio silano e al termine del bosco vi è un bivio con struttura ricettiva sulla destra. Lasciare l'auto. 

Descrizione del percorso: Al bivio (1017 m), con l'Hotel Lacina sulla destra, prendere la via asfaltata di destra, che, superate delle costruzioni, si inoltra in un bellissimo bosco di faggi, con rettilineo. Quasi alla fine di esso, incedere lungo il sentiero che si stacca a sinistra. Ci si inoltra in discesa e, nel giro di qualche minuto, si giunge sulle sponde di un torrente che bisogna guadare. Piccola area pic nic, con un caratteristico ponte di legno, all'interno di un tratto di faggeta davvero straordinario. A sinistra si nota un ampio sentiero che procede in salita. Seguire la via principale, la quale valica un tratto di bosco detto "il Petrosello", che alterna tratti di salita, in discesa e in piano, sempre insita in un magnifica faggeta. Si supera un ruscelletto. Tratto in piano. Al bivio girare a destra, ad angolo acuto. Da questo momento la salita si presenta abbastanza decisa e si risale quello che sulla mappa topografica è segnato come "Costone Schimen".  Ai faggi si unisce anche un fitto rinnovamento di abete bianco, con qualche esemplare adulto. Sulla sinistra, dopo qualche chilometro, appare un bellissimo masso di granito: "Il Dente Solitario", che sta li a riempire di malia e seduzione una foresta decisamente magnifica. Tutt'intorno un bosco che assume sempre di più una mistura più evidente di faggio e abete. La selva via via va diradarsi e si entra in quella che vien detta "La Radura Lunga delle Albe Luminose" (o Pomara), con grandi abeti bianchi e alberi di mele. Andare a sinistra. Prima di penetrare nel bosco, tracce di sentiero, che si staccano dallo sterrato principale, che scende nuovamente verso la Lacina, si staccano a destra. Tracce di sentiero che divengono, poco oltre, difficili da notare. Dunque prestare la massima attenzione e cercare di memorizzare bene i luoghi per non perdersi. Tener bene alla vista i nastri segnaletici sui rametti degli alberi, che indicano il percorso da seguire. Si scende un po' e si raggiunge il greto di un ruscello, in un vallone davvero suggestivo e selvaggio: "Macchinante". Prima di proseguire consiglio di andare poco più avanti, direzione valle, per vedere il vallone trasformarsi in forra, davvero magnifico, con il corso d'acqua che si getta in piccole cascate. In questo vallone ho potuto constatare la presenza di vari importanti endemismi, tra cui la "Lereschia thomasii". 

Tornare al sentiero e guadare subito il ruscello, le cui rive, tra agosto e settembre, si riempiono di magnifici ciclamini. Si sale ripidamente, in un sentiero che diviene sempre più evidente. La mulattiera, più a monte, diventa ampia come una sterrata, e si entra nella parte più interessante del bosco, distinto da una mistura di faggio e abete bianco, quest'ultimo con esemplari grandissimi. Al bivio andare a destra e al successivo sempre nella stessa direzione. Si unisce alla visuale anche un grazioso laghetto, il "Laghetto del Faggio", circondato da una lussureggiante vegetazione montana. Poco sopra andare a sinistra, tralasciando la deviazione a destra, e seguire la via di crinale che, nel giro di poco, fa giungere nel punto più alto, la Colla dei Pecorari, dove si può ammirare uno dei panorami più belli delle Serre, con la parte meridionale del Bosco di Stilo e le spiagge del litorale ionico. Poco avanti c'è un grande masso di granito che consiglio di andare a visitare.

DALLA LACINA (hotel Lacina) ALLA COLLA DEI PECORARI, lungo la via normale

Comuni: Brognaturo, Stilo, Spadola
Località e altezze: Hotel Lacina (Piani di San Giovanni) 1017 m; Radura Lunga delle Albe Luminose 1242 m., Radura del Trivio 1277 m; Colla dei Pecorari 1316 m.
Dislivello in salita A/R: 300 m circa
Difficoltà: E
Tempo di percorrenza totale escluse le pause: 5 ore


Avvicinamento in auto. Da Serra San Bruno muoversi, lungo la ex SS 110, verso Spadola. Prima di codesto paese svoltare a destra per Brognaturo. Superato il ponte sull'Ancinale girare sempre a destra per Santa Caterina allo Ionio. La strada asfaltata si proietta all'interno di castagneti cedui e, successivamente di faggi e abeti. Infine dentro una fitta pineta di pino laricio silano e al termine del bosco vi è un bivio con struttura ricettiva sulla destra. Lasciare l'auto. 

Descrizione del percorso: Al bivio (1017 m), con l'Hotel Lacina sulla destra, prendere la via asfaltata di destra, che, superate delle costruzioni, si inoltra in un bellissimo bosco di faggi, con rettilineo. Quasi alla fine di esso, incedere lungo il sentiero che si stacca a sinistra. Ci si inoltra in discesa e, nel giro di qualche minuto, si giunge sulle sponde di un torrente che bisogna guadare. Piccola area pic nic, con un caratteristico ponte di legno, all'interno di un tratto di faggeta davvero straordinario. A sinistra si nota un ampio sentiero che procede in salita. Seguire la via principale, la quale valica un tratto di bosco detto "il Petrosello", che alterna tratti di salita, in discesa e in piano, sempre insita in un magnifica faggeta. Si supera un ruscelletto. Al bivio andare diritto, tralasciando la deviazione a destra ad angolo acuto (che si riallaccia al sentiero principale, sul crinale). Pochi metri dall'incrocio uno scorcio, sulla sinistra, verso M.Trematerra. Discesa decisa fino ad una nuova biforcazione. Andare a destra. Ritorna la salita. Poco sopra si passa accanto a una fontana, dove è possibile far rifornimento. Si sale con una serie di tornanti. Lungo la via magnifici massi di granito. Si perviene così il crinale con la "Radura Lunga delle Albe Luminose" (o Pomara) (1242 m), con grandi abeti bianchi e alberi di mele. Al bivio andare diritto, tralasciando la deviazione a destra, che ritorna verso "il Petrosello". Si penentra nuovamente in un bosco, che diventa misto di faggio e abete bianco. Quest'ultima specie con esemplari decisamente imponenti. Si alternano tratti in piano e lievi salite. Si incrocia così il Sentiero Italia, proveniente da Serra San Bruno (Costone San Brunello). Andare a sinistra, tralasciando la deviazione a destra. Si perviene così la "Radura del Trivio" (1277 m), detta così visto la presenza, appunto, di un incrocio e dove bisogna proseguire diritti. Il SI continua a destra, la qual via permette di raggiungere varie località, tra cui Ferdinandea, la Pietra del Caricatore, Monte Pecoraro e via dicendo. L'abete bianco lascia spazio a una faggeta pura, più giovane rispetto al bosco visto finora. Continua a insistere un sentiero in parte in piano e anche in salita, sempre lungo il crinale. Ogni tanto la selva è interrotta da piccolissime radure, contornate dalla faggeta. Sparsi anche esemplari enormi di faggio, uno in particolare, a sinistra del sentiero, nei pressi di un bivio a destra. Si raggiunge così la parte sommitale del crinale, la "Colla dei Pecorari" (1316 m), caratterizzata da un bellissimo panorama verso la costa ionica, e in direzione della parte centrale e meridionale del Bosco di Stilo. In lontananza il roccioso M.Mammicomito. Si consiglia di proseguire oltre, in discesa, per visitare, a circa 10 minuti dal punto più alto, un meraviglioso masso di granito, la "Pietra di Confine", molto simile a quelle situate nel Bosco Archiforo, circondata da un bel bosco di faggi. 


















ANELLO DELLA LACINA

Comuni: Brognaturo, Stilo
Località e altezze: Hotel Lacina (Piani di San Giovanni) 1017 m; Radura Lunga delle Albe Luminose 1242 m.
Dislivello in salita: 260 m circa
Difficoltà: E
Tempo di percorrenza anello intero: 3 ore


Avvicinamento in auto. Da Serra San Bruno muoversi, lungo la ex SS 110, verso Spadola. Prima di codesto paese svoltare a destra per Brognaturo. Superato il ponte sull'Ancinale girare sempre a destra per Santa Caterina allo Ionio. La strada asfaltata si proietta all'interno di castagneti cedui e, successivamente di faggi e abeti. Infine dentro una fitta pineta di pino laricio silano e al termine del bosco vi è un bivio con struttura ricettiva sulla destra. Lasciare l'auto. 

Descrizione del percorso: Al bivio, con l'Hotel Lacina sulla destra, prendere la via asfaltata di destra, che, superate delle costruzioni, si inoltra in un bellissimo bosco di faggi, con rettilineo. Quasi alla fine di esso, incedere lungo il sentiero che si stacca a sinistra. Ci si inoltra in discesa e, nel giro di qualche minuto, si giunge sulle sponde di un torrente che bisogna guadare. Piccola area pic nic, con un caratteristico ponte di legno, all'interno di un tratto di faggeta davvero straordinario. A sinistra si nota un ampio sentiero che procede in salita. Seguire la via principale, la quale valica un tratto di bosco detto "il Petrosello", che alterna tratti di salita, in discesa e in piano, sempre insita in un magnifica faggeta. Si supera un ruscelletto. Al bivio andare a destra, ad angolo acuto. Da questo momento la salita si presenta abbastanza decisa e si risale quello che sulla mappa topografica è segnato come Costone Schimen.  Ai faggi si unisce anche un fitto rinnovamento di abete bianco, con qualche esemplare adulto. Sulla sinistra, dopo qualche chilometro, appare un bellissimo masso di granito: "Il Dente Solitario", che sta li a riempire di malia e seduzione una foresta decisamente magnifica. Tutt'intorno un bosco che assume sempre di più una mistura più evidente di faggio e abete. La selva via via va diradarsi e si entra in quella che vien detta "La Radura Lunga delle Albe Luminose" (o Pomara), con grandi abeti bianchi e alberi di mele. Al bivio svoltare a sinistra. Superata la radura si ritorna nella faggeta, dove si intraprende a scendere. Lungo la discesa altri bei massi di granito. Poco sotto una fontana vi è un bivio. Andare a sinistra, in salita. Si ritorna così nuovamente in zona "il Petrosello". Poco prima del bivio per il Costone Schimen, sulla destra, scorcio verso M.Trematerra. 















I MONTI DELLE SERRE



Penetrare sui Monti delle Serre Calabre significa immergersi in un paesaggio che assume una conformazione tutta particolare che parla di terre lontane (sembianze alpine)
Si tende spesso a escludere tali montagne dalle geografie relative alla Calabria, considerandole inferiori rispetto alle più note Pollino, Sila e Aspromonte. Ma è errato considerare le Serre insignificanti e poco interessanti dal punto di vista escursionistico. Pur non raggiungendo altezze rilevanti, la vetta maggiore non supera i 1500 metri (Monte Pecoraro 1423 m.), questo massiccio al centro-sud della regione Calabria è caratterizzato  da paesaggi forestali di montagna che non hanno nulla da invidiare a realtà boschive come il Cansiglio o la bellissima foresta demaniale di Tarvisio. Il bosco, dunque, è l’elemento primario di questo settore dell’Appennino Calabro: selve immense di faggi, abeti bianchi, querce, castagni, caratterizzano le valli e le alture.
Il limite settentrionale della dorsale serrese corrisponde alla Sella Marcellinara, in quel di Catanzaro, mentre quello meridionale dalla Sella della Limina, nei territori di Giffone. A oriente si gettano direttamente nello Ionio, mentre a occidente degradano dolcemente verso la valli dell’Angitola e del Mesima, che le separa dalle colline del Poro.
Il nome potrebbe derivare dall'ebraico Ser, cioè monti, oppure riferirsi alla forma di una sega (in dialetto Serra).
Da un punto di vista geologico le Serre fanno parte delle cosiddette "Alpi calabresi" e hanno struttura in cui predominano, graniti, porfidi, dioriti, quarzifere e serpentine.


Il versante tirrenico delle Serre, più basso rispetto a quello orientale, dalle colline di Pizzoni

Nella fascia orientale sono presenti anche argille. Ma si da spazio anche quella che possiamo considerare un’isola sedimentaria, sempre nel versante orientale del massiccio. Si apre cioè una zona calcarea, in pieno contrasto con la natura granitico-cristallina delle rocce del resto delle Serre e dell’Appennino Calabro in genere. Stiamo parlando del gruppo del Monte Mammicomito (1047 m.) e del Monte Consolino (701 m.), nei pressi si Bivongi, Stilo, Pazzano e Placanica. Tale paesaggio insolito delle Serre di sud-est si avvicina a quello delle Timpe del Pollino Orientale.
Ma l’elemento, come già scritto, dominante della tradizione geografica dei monti serresi, è la foresta. Gran parte del territorio del massiccio è infatti ricoperto di boschi solenni, anche se non mancano zone che hanno perso il loro antico manto silvano.

Dalle pendici di Monte dell'Impiccato verso la dorsale del Pecoraro



Paesaggio alpino nel cuore del Mediterraneo

Il paesaggio ha realmente le caratteristiche delle nostre montagne della Svizzera: una segheria di tavole impiantata sul corso del ruscello[1], lungo il quale sono sparsi tronchi d’alberi, la piccola casuccia grossolanamente costruita con tavole mal congiunte, la foresta di abeti da dove esce spumeggiante la cascata che fa muovere la sega, tutto ciò forma un quadro alpestre dei più pittoreschi. Certamente trovandosi nel cuore di questo paesaggio si fa fatica a immaginarsi con la fantasia del nord, in una delle vallate sperdute tra le montagne dell’Oberland o del Valais, mentre ci troviamo nella punta estrema dell’Italia, nella provincia più calda di questo paese dove, come canta Mignon, fioriscono i limoni e dove le arance brillano come palle infuocate in mezzo al loro oscuro fogliame. Più in lontananza la valle si chiude da tutti i lati e forma un ridotto solitario dal vago frusciare del vento tra i boschi e dal dolce mormorio del ruscello che forma, nelle vicinanze, delle cascatelle, dispone l’animo alle fantasticherie ed alla meditazione.

Il testo riportato in corsivo è un frammento di Horace De Rilliet (Unterseen, 17 novembre 1824Napoli, 5 agosto 1854), scrittore, viaggiatore e chirurgo svizzero. Egli arrivò in Calabria insieme al 13º Battaglione Cacciatori con il compito  di chirurgo. L’impresa militare aveva come scopo quello di proteggere un concomitante viaggio del sovrano di Napoli in Calabria, precipitandosi in suo sostegno nel caso in cui si fossero riscontrati atti di intralcio nei riguardi del re e della sua scorta. Ma non si verificò nulla di questo. Nel suo viaggio in Calabria De Rilliet si appuntò quelle che erano le sue osservazioni, i suoi incontri, le sue sensazioni in una specie di diario. E le righe in corsivo fanno parte di questo resoconto di scoperta, una rivelazione che mai si sarebbe aspettato di vedere in una realtà come quella calabrese, regione al centro del Mediterraneo. Ma il bello della Calabria è proprio questo: nel giro di pochi chilometri  si passa da paesaggi esotici che ricordano i tropici a scenari alpini che fanno pensare alla Svizzera, realtà che nell’Italia centro-meridionale si verifica solo in Calabria. 

La radura dei Tre Ponticelli, lungo il SI che collega Serra San Bruno e la conca della Lacina con la Ferdinandea

Con questo non voglio dire che in altre regioni del sud e del centro Italia non esistono montagne. Anzi, dalla Liguria alla punta meridionale della penisola è un susseguirsi di catene montuose molto spesso elevate. Ma nelle Serre, come in Sila, c’è un elemento che in altre zone appenniniche viene a mancare: il bosco montano di conifere. In genere l’Appennino è la patria dei boschi di faggio (Fagus sylvatica), la quale specie non ha rivali e cresce pura formando boschi molto estesi. Nell’Appennino Calabro, invece, le conifere (il pino laricio in Sila e in Aspromonte; l’abete bianco sulle Serre e nel massiccio aspromontano settentrionale) sono vittoriosamente concorrenziali rispetto al Fagus sylvatica. In una valle come quella dell’Ancinale, dove è adagiata Serra San Bruno, si è circondati da rilievi inondati da intriganti selve d’abete e tale paesaggio, dunque, da una fisionomia decisamente nordica, ma addolcita e beneficamente influenzata dalla posizione di zona squisitamente mediterranea.
Il testo di De Rilliet è il prototipo di ciò che il visitatore non calabrese prova nell’adocchiare un paesaggio come quello delle Serre. Per tanti viaggiatori, allora come oggi, tali montagne costituiscono la più piacevole sorpresa, perché non si riesce a immaginare che nelle terre del sud Italia si possa incontrare un’oasi alpestre di tal tipo, con queste abetaie che portano alla mente a scenari di fredde regioni lontane. Penetrare sulle Serre significa entrare in contatto con la montagna vera nel senso nordico: ricordano i paesaggi della Selva Nera tedesca, del Giura svizzero, e addirittura quelli della Scandinavia. 

Bosco Archiforo

Possiamo, quindi, definire le montagne di Serra San Bruno e dintorni come una piccola isola alpina eseguita con il rigoglio mediterraneo. Mancano i grandi bastioni rocciosi, è vero, ma bastano i boschi d’abete a trasformare il sud nel nord più classico e più celebre.



Vette principali

ü  Sottogruppo montuoso del Monte Serralta e Monte Cucco
Monte Contessa (881 m.)
Monte Covello (848 m.) 
Monte Serralta (1023 m.)
Monte Perrone (921 m.)
Monte Pizzinni (918 m.)
Monte Sant'Agnese (903 m.)
Monte Cucco (959 m.)

ü  Dorsale occidentale a sud della soglia di Monte Cucco
Monte Mazzuolo (942 m.)
Colle Morrone (963 m.)
Colla del Monaco (1046 m.)
Colle d'Arena (1099 m.)
Monte Famà (1143 m.)
Monte Diavolomani (1150 m.)
Monte Crocco (1276 m.)
Monte Seduto (1143 m.)
Monte Petrulli (1260 m.)


ü  Dorsale orientale a sud della soglia di Monte Cucco
Monte Burrilli (1178 m.)
Monte Tramazza (1125 m.)
Monte Cogna (1004 m.)
Monte Trematerra (1226 m.)
Colla dei Pecorari (1318 m.)
Pietra del Caricatore (1414 m.)
Monte Pecoraro (1423 m.)


ü  Gruppo del Mammicomito
Monte Mammicomito (1047 m.)
Monte Consolino (701 m.)
Monte Stella (832 m.)
Monte Gremi (1241 m.)
Monte Cannali (1054 m.)
Monte Vazamù (916 m.)
Monte Peroni (946 m.)
Monte Lievoli (1020 m.)



Valli

Valle dell'Ancinale
Valle di Giofri
Valle Fonda
Vallata del Torbido
Valle dello Stilaro
Valle Allaro



Fiumi e fiumare

Torrente Fellà
Fiumara Reschia
Angitola
Fosso Le Neviere
Vallone Acqui
Fosso Schioppo
Torrente Bruca
Ancinale
Torrente Beltrame
Metramo
Potamo
Fermano
Fiumara Sciarapotamo
Fiumara Torbido
Fiume Alaca
Torrente Gallipari
Fiumara Assi
Torrente Mulinelle
Fiumara Assi
Vallone Folea
Torrente Ruggiero




Clima

Quello delle Serre è un microclima tutto speciale. Abbiamo già parlato di una vegetazione particolare e questo basta per rendersi conto che si tratta di una zona caratterizzata da condizioni climatiche distintive.
Il tutto è influenzato da precipitazioni che risultano ben più abbondanti rispetto alla media delle montagne appenniniche. Le  massime punte precipitative si hanno appunto nelle conche centrali, tra Serra San Bruno e Fabrizia, con quantità che raggiungono i 2000 millimetri annui, valori paragonabili a quelli delle Alpi Orientali.  Si tratta delle aree dove la presenza dell’abete bianco è più cospicua (il Bosco Archiforo e di Santa Maria per esempio). Dunque la spiegazione della sua abbondante presenza è proprio il fatto che la zona risponde a quelle che sono le condizioni habitat che predilige di più, con piovosità abbondante, fresco e umidità costante. Anche il versante tirrenico, che si getta nelle valli dell’Angitola e del Mesima, è caratterizzato da ricche precipitazioni, sempre superiori i 1100 e i 1200 millimetri annui, mentre in quello orientale, più prossimo alla costa ionica, le piogge si abbassano in maniera decisa, addirittura più di 1000 millimetri annui rispetto alle zone centrali. In genere dai 600 ai 1000 metri è presente un clima di bassa montagna tipico del castagno (inverni freddi e umidi, piovosi e con neve nei periodi più freddi, estati calde ma non siccitose), con temperature medie annue di 12 – 11 – 10 gradi. Al di sopra dei 1000 metri, invece, le condizioni climatiche si fanno tipiche appenniniche del fagetum (più piovose rispetto alla media delle precipitazioni dell’Appennino - inverni freddi e nevosi ed estati tiepide e soleggiate)  con temperature medie di 8 – 9 gradi. Nelle alture prossime alla costa ionica (come succede per esempio sulle pendici orientali della Colla dei Pecorari) si hanno temperature più calde e, anche sopra i 1000 metri, vi crescono boschi di leccio e, addirittura, si hanno formazioni miste di faggio e leccio.  
Ovunque si ha un massimo delle precipitazioni tra autunno e inverno e un minimo in estate.

La radura de le Melogne. Il lontananza un costone, coperto da un castagneto, che va ad unirsi al crinale principale di Colla del Monaco. 



[1] Il Fiume Ancinale


IL BOSCO, L'ANIMA DELLE SERRE




   Sono diversi i modi di guardare, pensare, considerare il bosco da parte degli abitanti delle Serre. I bambini fino a poco tempo fa ci giocavano a fare Tarzan, quando la foresta cominciava appena fuori le case. Oggi i fanciulli non frequentano più il bosco, che è stato allontanato dal paese, dai loro interessi e dalle loro fantasie. E questo a parola del sottoscritto è un male. Bisogna educare la persona al bosco fin dalla tenera età. La scuola dovrebbe avere un ruolo importantissimo. Ma viene fatto poco o niente. Una buona conoscenza aumenterebbe la consapevolezza dell’ecosistema bosco, che va protetto e salvaguardato per le future generazioni.

Bosco di faggi e castagni presso la radura de le Melogne, a ovest del crinale principale di Colla del Monaco

C’è chi guarda al patrimonio forestale solo per guadagnarci dei soldi, con lo sfruttamento delle risorse naturali.
C’è chi considera le foreste come manifestazione della Natura da contemplare, dove l’uomo non deve assolutamente intervenire in quando contaminerebbe quello che è un monumento del creato.
Molte persone guardano in maniera indifferente al bosco, per lo più impiegati, professionisti, studenti, insegnanti, che svolgono una vita di tipo urbano: si muovono solo con la macchina, non distinguono un abete da un faggio, non sanno cosa sia una passeggiata nel bosco, e via dicendo.
La foresta, invece, è un grande universo vivente, un ecosistema ricco e complesso, che sulle Serre, come già ho detto più volte, si caratterizza di una biodiversità tutta particolare.

Bosco Archiforo

Il bosco è sempre stato visto come una delle massime espressioni della natura, un luogo che suscita emozioni e sentimenti forti. Nel cuore, per esempio, di una selva come quella di Archiforo, ci si sente piccoli all’interno un organismo enorme, dove tutto si muove e fa rumore.


 Dai 600 metri fino a quota 1000 (piano del castagnetum) a regnare è il castagno (Castagnea sativa), che è un albero appartenente alla famiglia delle Fagaceee. Rappresenta una delle specie forestali più rilevanti nell'Europa meridionale.

Bosco di castagni a ovest del crinale principale di Colla del Monaco

E' una pianta a portamento arboreo che sviluppa a maturità un'ampia chioma di forma rotondeggiante e altezza variabile. Può raggiungere, se trova condizioni particolarmente favorevoli, anche i trentacinque metri di altezza. E' un albero particolarmente longevo a comportamento caduco. Il fusto è grosso e colonnare, la corteccia liscia, lucida, di colore bruno, è solita screpolarsi longitudinalmente con l'avanzare degli anni. Le foglie sono di un bel verde, con un breve picciolo, della lunghezza di circa una ventina di centimetri; la loro forma è lanceolata e presentano una seghettatura ai margini. Sulla stessa pianta si sviluppano sia i fiori maschili che quelli femminili, piccoli e riuniti in gruppi, dal colore biancastro. Per una buona crescita questi alberi necessitano di un terreno sabbioso, molto ben drenato, si adattano senza problemi sia ai terreni acidi, sia ai terreni alcalini. Mal sopportano la siccità, preferendo terreni abbastanza umidi.
Tra le altre specie della fascia del castagnetum ricordo lontano comune (Alnus glutinosa), l’ontano napoletano (Alnus cordata),  nelle valli, le zone più fresche e gli alvei fluviali e l’acero comune (Populus tremula).

A ovest del crinale principale di Colla del Monaco

Ma la maggior parte dei percorsi che propongo in questo sito rientrano nella fascia fitoclimatica del fagetum. Re dei boschi delle Serre è senza dubbio l’abete bianco (Abies alba), che ovunque vi vegeta dagli 800 metri, tranne nelle aree più orientali, formando fustaie pure di eminente bellezza. Un albero, l’abete bianco, solenne, snello e di lunga vita. In media pervengono i 30 metri, ma alcuni esemplari possono oltrepassare i 45 e i 50 metri. 

La radura delle felci della Croce di Panaro, lungo la via che dalla Lacina di Brognaturo si porta verso la Pietra del Caricatore e M.Pecoraro, circondata da una foresta di abeti bianchi e faggi

Sulle Serre tale specie trova se stessa: umidità, terreni freschi e profondi, piovosità abbondante, caratterizzano queste montagne tra la Sila e l’Aspromonte, realtà che tale abies predilige di più. Essa presenta un fusto diritto che può arrivare ad un diametro di 5 metri. La corteccia, negli esemplari giovani, è liscia, ha un colore bianco-grigio argenteo e presenta delle piccole sacche resinose che, se premute, diffondo odore di trementine; nelle piante più vecchie (oltre i cinquant'anni d'età) la corteccia si ispessisce tendendo a desquamarsi in placche sottili e diventa, partendo dalla base, rugosa, screpolata (fessurata) e di colore tendente al nero. Le foglie sono persistenti (8-10 anni) e costituite da aghi appiattiti, rigidi e inseriti singolarmente e separatamente sui rametti, secondo una disposizione a pettine (cioè come i denti di un doppio pettine). Gli aghi sono lunghi circa 1,5–3 cm e larghi 1,5–2 mm, leggermente ristretti alla base, con la punta arrotondata non pungente e i margini lisci. La pagina superiore, di colore verde scuro, è lucida, mentre quella inferiore presenta due caratteristiche linee parallele biancastre-azzurrognole, dette bande stomatifere, che presentano 6-8 file di stomi e canali resiniferi marginali. Altra caratteristica tipica di questa specie sono i rametti coperti da sottili peli di colore bruno chiaro.

Un gigante abete bianco presso la radura del Trivio

Le zone più importanti delle Serre caratterizzate da questa specie sono prima di tutto  la fascia occidentale della dorsale del Monte Pecoraro-Pietra del Caricatore, che scende verso la conca di Serra San Bruno e che prende il nome di Bosco Archiforo. Poi il versante occidentale del Monte Pecoraro, la piccola dorsale della Colla del Monaco-Colle d’Arena, il Bosco di Santa Maria, attorno al Monte Diavolomani e il versante orientale del Monte Crocco. 

Bosco Archiforo, vicino alla Pietra dell'Ammienzu

Molto spesso l’abete bianco, che inizia a crescere da quota 800, si associa al castagno (al di sotto dei 1000 metri) e in misura maggiore con il faggio ed insieme formano splendidi boschi misti.
Diffuse anche magnifiche faggete pure.



Appartenente alla famiglia delle Fagaceae, il faggio (Fagus sylvatica) raggiunge i 30-35 m d'altezza, con diametro fino ad oltre un metro e mezzo. Il fusto è cilindrico, diritto, quasi privo di rami laterali. La chioma, dapprima conica, diviene via via ovale, leggermente appuntita. La corteccia - grigia spesso con macchie biancastre - si mantiene di solito liscia e sottile. Il faggio è una specie oceanica, cioè abituata a climi con escursione termiche poco accentuate, che richiede alta umidità atmosferica, ed è sensibile alle gelate primaverili. Incantevoli in autunno, quando, prima della defogliazione, assumono un colore rossastro e nei boschi misti è un susseguirsi di colori accesi fuoco che fanno contrasto con il verde scuro degli abeti. 



Grandiose faggete sono tra Monte Cervo, Fosso Latrò e Tre Arie nel comune di Arena, sulle pendici di Monte Tramazza, nel comune di Brognaturo, sul Monte Crocco (Fabrizia), sulla sommità di Monte Cucco (Vallelonga). Nei versanti occidentali inizia a crescere da quota 800 e in alcuni punti anche più in basso. In quelli orientali dai 1000 metri.
Infine, nel piano montano, è presente il pino laricio silano (Pinus nigra laricio), di importazione artificiale, autoctono su Sila e Aspromonte. Belle pinete, molto naturalizzate, si localizzano lungo il crinale, e a ovest di questo, principale di Colla del Monaco (Serra San Bruno, zona occidentale). 


Bosco di pino laricio presso località Michelina, crinale principale di Colla del Monaco

Pineta a ovest del crinale principale di Colla del Monaco

Come ho già detto quando ho parlato del clima, il versante orientale prossimo alla costa ionica risulta molto più secco e caldo rispetto al lato tirrenico e alle conche centrali. Tale alterità la possiamo osservare anche dal punto di vista della vegetazione. Nei rilievi che digradano anche ripidamente sul litorale ionico, le abetaie e le faggete bruscamente lasciano posto a un paesaggio mediterraneo caratterizzato dalla tipica foresta di sclerofille. Il leccio diventa protagonista dei valloni e dei rilievi. Addirittura, sopra i 1000 metri, si hanno boschi misti di faggio e leccio. Questo succede per esempio a est della vetta della Colla dei Perorari, nella zona di Ferdinandea e via dicendo.



Bigliografia:
- Scritti di Bruno Francesco Pileggi
- Il bosco, per la ricomposizione del Territorio delle Serre (a cura di Salvatore Regio) (2001)